sciuscia ca vola – ventagli di carta

 


I ventagli di carta sono effimeri come un fil di vento, sono preziosi e delicati, hanno bisogno di attenzione, per farli e per usarli.
Realizzati in cartoncino stampato, ritagliati a mano in punta di forbici, rinforzati con stecche di balsa, fermati da un nastrino di raso, abbelliti con una nappina di cotone colorato fatta a mano, per montare un ventaglio ci vuole un’ora, un’ora piena senza distrazioni, non potrò farne tanti perché non sono una fabbrica, uno alla volta per chi me lo chiede, sono quelle cose un po’ inutili proprio nel concetto della realizzazione, sono in serie ma sono fatti uno per uno, decisamente contraddittori come il caldo e il fresco, l’aria smossa è quella che hai attorno, è quella che viene da te.

 

 

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inciampo

Sono anche contenta di avere il dolore alla caviglia, sono irragionevolmente felice (senza neanche una pezza d’appoggio), e forse è bene mantenere un piccolo dolore, quasi a pagare un obolo per far finta di non vedere, no, non è un concetto cattolico, anche se le sante e anche i santi ne hanno fatto visione, sopravvivenza, è una cosa più antica ancora, è la prima caduta, il primo dolore, il primo ginocchio sbucciato, il primo spintone, la puntura di un ago mentre cuci, i piccoli quotidiani dolori con cui devi fare i conti, devi metabolizzare e inserirli in qualche modo nella tua vita, solitamente a quel punto si dividono i mistici dai ribelli, chi del dolore ne fa esaltazione, espiazione, godimento e chi lo rifiuta, lo combatte, non lo accetta, eppure il dolore lo sopportiamo tutti, chi più chi meno ma alla fine non puoi scappare, e quando scoppia improvvisa una inutile e incosciente felicità, è allora che puoi avere un po’ paura, sai che non durerà per sempre, è troppo, è eccessiva, è cattolicamente non meritata ( è lì che si misura il grado di follia) e quindi un dolore, un piccolo dolore, come una distorsione alla caviglia, ti fa credere lecito giusto e immortale il tuo attimo di felicità, e se il mondo soffre soffro un po’ anch’io: l’uomo è una merda, io in primis.

anna farinellaIII-A-12

settembre è il più crudele dei mesi – saldi di fine stagione: acrilici su tela di anna farinella

la sposa del tiroassegno 60x60
la sposa del tiro a segno 60×60
la sposa morta 60x60
la sposa morta 60×60
la sposa scorticata 60x60
la sposa scorticata 60×60
sposa 60x60
sposa 60×60
sposo 60x60
sposo 60×60
addolorata 80x100
addolorata 80×100
caterina delle mosche 80x100
caterina delle mosche 80×100
l'estasi dei sensi 80x100
l’estasi dei sensi 80×100
lo voglio! caterina con la testa del condannato a morte 80x100
lo voglio! caterina con la testa del condannato a morte 80×100
madonna del latte 80x100
madonna del latte 80×100
mezza morta verticale 80x100
mezza morta verticale 80×100
nella mia stanza 100x120
nella mia stanza 100×120
strega 80x100
strega 80×100
santa rosalia 100x120
santa rosalia 100×120

 

per informazioni: opuntia21@gmail.com

PalermoPride 2017, sfilate di moda, Città bene comune.

17La conquista della città è meglio della conquista dei diritti.

Il Pride come bene comune, il Pride nell’itinerario Unesco, il Pride degli etero, il Pride del sindaco, il Pride dei poliziotti (più polizia che froci).

Io non sono frocio ma di discriminazioni me ne intendo, e continuo a sentirmi discriminata e isolata in una città in cui anche il Pride diventa gentrificazione e la frocitudine moda, glamour.

Palermo sta velocemente precipitando nell’apparenza, nell’abisso di città per turisti, nella mistificazione di più diritti per tutti e più isolamento e repressione per chi si ribella a un’immagine da sfilata D&G, città per vip, ne aspettiamo 400, si vocifera che verrà persino Madonna, blindati e scortati in una città fantasma dove si pagano i commercianti per tenere le saracinesche abbassate, come per un lutto, e un lutto stiamo vivendo per una città che muore lentamente per fare posto a un ibrido ripulito dall’impresentabilità, dalla povertà, dalla miseria, dall’arte di arrangiarsi; i mercati ripuliti dal sangue per una società asetticamente vegana e consumista, dove possono confondersi modelli e disgraziati e non si sa chi si ispira all’altro. Piazze ripulite dai famigerati posteggiatori abusivi (la mafia è sconfitta), controlli e daspo urbano, cene in Galleria.

Ma mi accorgo che il disagio è solo mio in un tripudio collettivo di una normalizzazione che avevamo sempre rifiutato e il tanto sbandierato slogan – una frase di Nino Gennaro – o si è felici o si è complici, è solo uno slogan, privato dal senso profondo della difesa e rivendicazione della diversità, del rifiuto del consenso, cerchiamo di diventare tutti uguali, di volere tutti le stesse cose, abbiamo chiuso con la fantasia, con l’amore libero (mi sembrava che lo avessimo conquistato negli anni settanta, una conquista sociale non istituzionale), con la ribellione alle istituzioni, siamo tutti ragionevoli e devoti a santa Rosalia e al santo sindaco, feste e festini invece di pane, diritti e libertà, siamo ogni giorno un po’ meno liberi ma con l’illusione che tutto ci appartiene, tutto è bello, tutto è nuovo, tutta mia la città!

anna farinella

acqua a Palermo

La capitale di staminchia tutta festini e festoni, zitto tu e zitto io, ogni quindici giorni mi lascia senz’acqua, da mesi ormai, apro il rubinetto e non esce neanche una goccia, chiamo il pronto intervento e fino a ieri il problema sembrava non esistere: avrà una perdita, noi eroghiamo regolarmente, chiami un idraulico…improvvisamente un tecnico confessa la scarsa erogazione e con impudente innocenza mi dice di fornirmi di un serbatoio più capiente, e mi sento ripiombata in tempi lontani quando cambiò il paesaggio di questa città, tetti e terrazzi colorati di blu, blu serbatoio, serbatoi in plastica che andavano ad aggiungersi a quelli in amianto, ormai inutilizzati ma per lo più non dismessi, l’amianto fa male ma demolirlo costa molti soldi e della salute mia e vostra non gliene fotte una minchia a nessuno. Ci ho messo almeno cinque mesi per capire che siamo di nuovo in regime di siccità, eppure piove e piove e piove, saranno gli invasi, le tubature o le teste di minchia? non c’è niente di ufficiale, l’acqua forse c’è o forse no, e ancora una volta vivo l’impotenza del cittadino di fronte alla baracca delle istituzioni, di fronte alle famigerate municipalizzate privatizzate, minchia pure un referendum farsa ci hanno fatto fare per l’acqua pubblica, l’acqua è privata, privatissima, quasi segreta, e soprattutto c’è chi ce l’ha e chi no, ogni tanto sì e ogni tanto no, è un gioco, un allenamento alla sopportazione, all’imprevisto, nulla è scontato, nulla è un diritto e tornano le brioche invece del pane, l’acqua minerale invece dell’acqua corrente. E il divario fra ricchi e poveri diventa un buco nero dove stanno i disgraziati come me, se nessuno ti dice che c’è un problema il problema non esiste, non puoi neanche combattere contro, sei un cittadino isolato che ogni tanto non può neanche lavarsi ma zitto devi stare perché Palermo è capitale d’Europa, Palermo ha migliaia di turisti, percorsi e monumenti riconosciuti dall’Unesco, manifestazioni internazionali, soldi a gogò da investire nella cultura e io, io non ho una goccia d’acqua.

anna farinellaadua26

libri per bambine

“Storie della buonanotte per bambine ribelli” è un libro che vorrebbe superare i generi ma già nel titolo è specificato il genere: per bambine. Sono biografie di donne che ce l’hanno fatta, ma a fare che? A non essere solo madri e ancelle del focolare? (minchia) ed ecco le storie di Rita Levi Montalcini Frida Kahlo Marcherita Hack Michelle Obama e svariate altre, che Michelle Obama possa essere un modello, un esempio, piuttosto che Rosmarina, mi fa sorgere qualche dubbio, che tutte le donne citate siano cresciute leggendo le fiabe dei fratelli Grimm, di Perrault, di Andersen, le fiabe popolari tramandate da madri, nonne e zie, pare non sia importante, molto più importante invece, è fare dei bambini un busines, un affare economico-culturale. Le fiabe sono fiabe e se volete saperne un po’ di più dovreste leggere Propp e Levi-Strauss. La ribellione nasce dall’insofferenza al sistema, nasce dall’analisi e dalla deduzione, dalla fantasia – proprio quella delle famigerate e criticate fiabe – e dall’educazione, dalla conoscenza della realtà e dai bisogni primari, dalla spoetizzazione del genere, dalla capacità critica. I bambini non hanno bisogno di libri specifici, i bambini hanno bisogno di racconti, hanno bisogno di un linguaggio universale che è quello degli uomini che anelano alla libertà, la ribellione va stimolata e coltivata, la ribellione può non portarti a nulla, non è un mezzo per la realizzazione all’interno della società, la ribellione è la rottura degli schemi sociali, e un libro per bambine ribelli è l’integrazione, l’appiattimento su vite altrui assorte a modelli, a novelle eroine.

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al cinema

Sono andata al cinema, sono andata a vedere la Corsa de L’Ora, il film sul giornale L’Ora o meglio, sugli anni della direzione Nisticò. Sono andata in punta di piedi, non invitata e pagando il biglietto, ho incontrato tanti dei superstiti, con alcuni in tutti questi anni ci siamo rincontrati, sempre un po’ per caso, ad altri sono stata presentata o ricordata. Provo sempre imbarazzo negli eventi pubblici che ricordano il giornale o mio padre, è pudore e arroganza, l’arroganza di chi sa di essere figlia di uno dei più grandi giornalisti del secolo scorso, di chi il giornale l’ha vissuto ogni giorno per interposta persona, e de L’Ora ho trovato poco, è un film, un buon film, di chi in redazione non è mai entrato, di chi non è mai stato in tipografia, so che non è una colpa, anzi, fare un film su L’Ora non è cosa da poco e forse è questo il motivo del pudore, eppure non ho ritrovato niente, uscendo sono stata investita dallo scirocco, una città quasi deserta come non la vedevo da anni, carte svolazzanti e senso antico, attaccamento alla terra al di là del mare, il rumore dei tacchi e del vento avvolta da un’invisibile sabbia calda, e traversando le spalle del Palazzo di Giustizia – quella piazza metafisica che ogni volta tornando a casa mi ficca in un quadro di De Chirico, di Savinio o di Carrà – pensavo che avrei pianto, la scena era perfetta, ma non c’era nulla per cui piangere, i morti sono morti e il rimpianto, la nostalgia non è più di questo tempo, siamo più anziani degli anni dei nostri padri che oggi vengono ricordati dalle autorità e forse, avrei voluto vedere un vero film, con tanti attori e ricostruzioni fedeli, un film hollywoodiano, con interpreti come Clark Gable.

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