braccata

Palermo, la commissione Cultura della Camera in visita nei luoghi-simbolo

Repubblica titola così, e me lo leggo e più vado avanti più mi sale l’odio per questa triste terra, per i suoi sfortunati abitanti, per i suoi ridicoli governanti, qui tutto muore, noi stiamo morendo in un’allegria di luci cibo e alcool, di teatro, finalmente la scalata al potere della cultura è avvenuta, e Palermo è tutta un fiorire, crisantemi sulla pietra tombale, nessuno è libero in questa città, siamo tutti braccati, illegali nella città dell’accoglienza.

anna farinellapiazza castelnuovo nell 800

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le folli notti di Palermo

Stamattina mi passano le notizie nella home di facebook, ieri sera la notte dei barboni, la notte dei cuscini, la notte dei tesori.

La notte dei senza dimora organizzata dalla caritas e dalle associazioni di volontariato, preghiere e interviste a chi dorme per strada, chi ruba per pagarsi un caffè, una Palermo che di giorno si confonde con quella presentabile ma di notte regna nei meandri della stazione, nelle intercapedini, sulle panchine un po’ nascoste; poi ci sono i residenti del centro storico che inscenano una farsa con cuscini e finta dormita sul selciato di piazza pretoria, loro il caffè se lo possono pagare ma non il sonno, disturbato da quella che viene definita movida selvaggia; e poi le code chilometriche dei visitatori dei monumenti de La Notte bianca dell’Unesco.

Queste tre Palermo che vagolano la notte cercando di vivere la città non si incontreranno mai, proteste, rassegnazione e cultura, cultura per turisti, gli abitanti di questa triste città cercano di prenderla sempre con violenza, città negata agli ultimi e anche ai primi, città che non si fa più vivere ma che trabocca di vita divertimenti eventi preghiere e solidarietà, città da dimenticare, da vivere in silenzio strisciando nei vicoli bui, scappando dalla gente, persone che odiano persone, e il più citato è sempre lui: il sindaco, che corre freneticamente verso il disastro per difendere e promuovere un maquillage sempre più pesante e artefatto, l’immagine di una città che non corrisponde alla realtà, ma in questi tempi l’immagine diventa realtà stessa, è l’unica possibile per non morire, ma forse dovreste ammettere di essere già morti, quello che vi resta è il ridicolo di avere perso, non ci avete neanche provato, avete voluto i vostri belli appartamenti nel cuore più nero della città e non sapete che farvene, sbarrate le entrate e ne uscite con la protervia dei ricchi, avete osannato la pedonalizzazione, i locali, i turisti credendo in una città a misura d’uomo, quanto presuntuosi siete stati, ottusi in una visione di pulizia e legalità a scapito di altri, però adesso c’è il daspo urbano, i posteggiatori abusivi sono perseguitati e tra poco la città si illuminerà di mille lampadine, natale si avvicina e allora sarà tempo di acquisti, di allegria incosciente, di freddo per chi non può chiudere le finestre perché una casa non ce l’ha, quelle finestre da cui adesso non entreranno più i rumori grassi e volgari dell’estate.

anna farinellacartpa001

inciampo

Sono anche contenta di avere il dolore alla caviglia, sono irragionevolmente felice (senza neanche una pezza d’appoggio), e forse è bene mantenere un piccolo dolore, quasi a pagare un obolo per far finta di non vedere, no, non è un concetto cattolico, anche se le sante e anche i santi ne hanno fatto visione, sopravvivenza, è una cosa più antica ancora, è la prima caduta, il primo dolore, il primo ginocchio sbucciato, il primo spintone, la puntura di un ago mentre cuci, i piccoli quotidiani dolori con cui devi fare i conti, devi metabolizzare e inserirli in qualche modo nella tua vita, solitamente a quel punto si dividono i mistici dai ribelli, chi del dolore ne fa esaltazione, espiazione, godimento e chi lo rifiuta, lo combatte, non lo accetta, eppure il dolore lo sopportiamo tutti, chi più chi meno ma alla fine non puoi scappare, e quando scoppia improvvisa una inutile e incosciente felicità, è allora che puoi avere un po’ paura, sai che non durerà per sempre, è troppo, è eccessiva, è cattolicamente non meritata ( è lì che si misura il grado di follia) e quindi un dolore, un piccolo dolore, come una distorsione alla caviglia, ti fa credere lecito giusto e immortale il tuo attimo di felicità, e se il mondo soffre soffro un po’ anch’io: l’uomo è una merda, io in primis.

anna farinellaIII-A-12

settembre è il più crudele dei mesi – saldi di fine stagione: acrilici su tela di anna farinella

la sposa del tiroassegno 60x60
la sposa del tiro a segno 60×60
la sposa morta 60x60
la sposa morta 60×60
la sposa scorticata 60x60
la sposa scorticata 60×60
sposa 60x60
sposa 60×60
sposo 60x60
sposo 60×60
addolorata 80x100
addolorata 80×100
caterina delle mosche 80x100
caterina delle mosche 80×100
l'estasi dei sensi 80x100
l’estasi dei sensi 80×100
lo voglio! caterina con la testa del condannato a morte 80x100
lo voglio! caterina con la testa del condannato a morte 80×100
madonna del latte 80x100
madonna del latte 80×100
mezza morta verticale 80x100
mezza morta verticale 80×100
nella mia stanza 100x120
nella mia stanza 100×120
strega 80x100
strega 80×100
santa rosalia 100x120
santa rosalia 100×120

 

per informazioni: opuntia21@gmail.com

sciuscia ca vola – ventagli di carta

 


I ventagli di carta sono effimeri come un fil di vento, sono preziosi e delicati, hanno bisogno di attenzione, per farli e per usarli.
Realizzati in cartoncino stampato, ritagliati a mano in punta di forbici, rinforzati con stecche di balsa, fermati da un nastrino di raso, abbelliti con una nappina di cotone colorato fatta a mano, per montare un ventaglio ci vuole un’ora, un’ora piena senza distrazioni, non potrò farne tanti perché non sono una fabbrica, uno alla volta per chi me lo chiede, sono quelle cose un po’ inutili proprio nel concetto della realizzazione, sono in serie ma sono fatti uno per uno, decisamente contraddittori come il caldo e il fresco, l’aria smossa è quella che hai attorno, è quella che viene da te.

 

 

PalermoPride 2017, sfilate di moda, Città bene comune.

17La conquista della città è meglio della conquista dei diritti.

Il Pride come bene comune, il Pride nell’itinerario Unesco, il Pride degli etero, il Pride del sindaco, il Pride dei poliziotti (più polizia che froci).

Io non sono frocio ma di discriminazioni me ne intendo, e continuo a sentirmi discriminata e isolata in una città in cui anche il Pride diventa gentrificazione e la frocitudine moda, glamour.

Palermo sta velocemente precipitando nell’apparenza, nell’abisso di città per turisti, nella mistificazione di più diritti per tutti e più isolamento e repressione per chi si ribella a un’immagine da sfilata D&G, città per vip, ne aspettiamo 400, si vocifera che verrà persino Madonna, blindati e scortati in una città fantasma dove si pagano i commercianti per tenere le saracinesche abbassate, come per un lutto, e un lutto stiamo vivendo per una città che muore lentamente per fare posto a un ibrido ripulito dall’impresentabilità, dalla povertà, dalla miseria, dall’arte di arrangiarsi; i mercati ripuliti dal sangue per una società asetticamente vegana e consumista, dove possono confondersi modelli e disgraziati e non si sa chi si ispira all’altro. Piazze ripulite dai famigerati posteggiatori abusivi (la mafia è sconfitta), controlli e daspo urbano, cene in Galleria.

Ma mi accorgo che il disagio è solo mio in un tripudio collettivo di una normalizzazione che avevamo sempre rifiutato e il tanto sbandierato slogan – una frase di Nino Gennaro – o si è felici o si è complici, è solo uno slogan, privato dal senso profondo della difesa e rivendicazione della diversità, del rifiuto del consenso, cerchiamo di diventare tutti uguali, di volere tutti le stesse cose, abbiamo chiuso con la fantasia, con l’amore libero (mi sembrava che lo avessimo conquistato negli anni settanta, una conquista sociale non istituzionale), con la ribellione alle istituzioni, siamo tutti ragionevoli e devoti a santa Rosalia e al santo sindaco, feste e festini invece di pane, diritti e libertà, siamo ogni giorno un po’ meno liberi ma con l’illusione che tutto ci appartiene, tutto è bello, tutto è nuovo, tutta mia la città!

anna farinella

acqua a Palermo

La capitale di staminchia tutta festini e festoni, zitto tu e zitto io, ogni quindici giorni mi lascia senz’acqua, da mesi ormai, apro il rubinetto e non esce neanche una goccia, chiamo il pronto intervento e fino a ieri il problema sembrava non esistere: avrà una perdita, noi eroghiamo regolarmente, chiami un idraulico…improvvisamente un tecnico confessa la scarsa erogazione e con impudente innocenza mi dice di fornirmi di un serbatoio più capiente, e mi sento ripiombata in tempi lontani quando cambiò il paesaggio di questa città, tetti e terrazzi colorati di blu, blu serbatoio, serbatoi in plastica che andavano ad aggiungersi a quelli in amianto, ormai inutilizzati ma per lo più non dismessi, l’amianto fa male ma demolirlo costa molti soldi e della salute mia e vostra non gliene fotte una minchia a nessuno. Ci ho messo almeno cinque mesi per capire che siamo di nuovo in regime di siccità, eppure piove e piove e piove, saranno gli invasi, le tubature o le teste di minchia? non c’è niente di ufficiale, l’acqua forse c’è o forse no, e ancora una volta vivo l’impotenza del cittadino di fronte alla baracca delle istituzioni, di fronte alle famigerate municipalizzate privatizzate, minchia pure un referendum farsa ci hanno fatto fare per l’acqua pubblica, l’acqua è privata, privatissima, quasi segreta, e soprattutto c’è chi ce l’ha e chi no, ogni tanto sì e ogni tanto no, è un gioco, un allenamento alla sopportazione, all’imprevisto, nulla è scontato, nulla è un diritto e tornano le brioche invece del pane, l’acqua minerale invece dell’acqua corrente. E il divario fra ricchi e poveri diventa un buco nero dove stanno i disgraziati come me, se nessuno ti dice che c’è un problema il problema non esiste, non puoi neanche combattere contro, sei un cittadino isolato che ogni tanto non può neanche lavarsi ma zitto devi stare perché Palermo è capitale d’Europa, Palermo ha migliaia di turisti, percorsi e monumenti riconosciuti dall’Unesco, manifestazioni internazionali, soldi a gogò da investire nella cultura e io, io non ho una goccia d’acqua.

anna farinellaadua26